Google tenta di risolvere il problema dei semiconduttori

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Acuvue

La crisi dei semiconduttori, sta colpendo diversi settori, non solo tech. Anche il mondo auto infatti sta vivendo il problema, dopo aver trasformato le auto in strumenti smart.

Mentra la crisi continua, nella Silicon Valley, Google, sta iniziando a sviluppare i suoi processori dedicati a notebook e tablet. 

L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza da aziende esterne, in modo da garantirsi il numero necessario di chip. Una soluzione che rimane comunque a metà, dal momento che una delle carenze è legata proprio alle materie prime, sempre più difficili da reperire.

Sotto alla mossa di Google, si nasconde anche un problema ambientale. Per quanto le aziende tech continuino a parlare di abbattimento delle emissioni, produrre strumenti tecnologici a questo ritmo, rendendoli rapidamente obsoleti, ha un impatto ambientale enorme. Impatto che fa parte dell’economia delle compagnie tech, che puntano a fornire nuovi prodotti ogni anno agli utenti, tentando di mandare in pensione quelli già in commercio.
 
Secondo quanto scrive il Nikkei Asia, Google sta sviluppando cpu proprie, destinate ai suoi prodotti.

Al momento, il grosso della produzione di questo tipo si muove a Taiwan, Corea del Sud, Usa e Giappone, l’aumento della domanda è diventato però insostenibile, la pandemia ha inoltre rallentato la produzione lasciando le aziende senza chip fondamentali.

Sarebbe da riflettere se, per prodotti non necessari, sia giusto utilizzare risorse rarissime, che hanno un impatto ambientale enorme. Del resto non è obbligatorio rinnovare la propria scuderia di device ogni anno, la cosa potrebbe essere fatta anche a intervalli più ampi.

A quanto pare però, l’obiettivo di profitto ha la meglio e per ovviare alla carenza i colossi tech sono passati alla produzione in proprio.

I prodotti Google saranno basati sui modelli di chip della Arm, la compagnia britannica controllata dalla giapponese Softbank, utilizzati nel 90% dei device mobili. 

La stessa strategia è nelle mire di Amazon, Facebook, Microsoft, Tesla, Baidu e Alibaba. Resta da capire se la produzione sarà possibile e se in campo non entrerà anche la scarsità di materie prime.

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